Alla riunione d’emergenza del consiglio, quel pomeriggio, lo rividi. Collegamento video, perché il mio avvocato non voleva che fossimo nello stesso edificio.
Riccardo apparve dalla sede di Valenti. Abito scuro. Capelli perfetti. Voce controllata.
Per un attimo sembrò esattamente l’uomo di cui gli investitori si fidavano.
«I fatti dell’altra sera vengono deliberatamente esagerati» disse guardando in camera. «Mia moglie è sotto enorme pressione emotiva.»
Quasi ammirai la faccia tosta.
«Suo padre, a quanto pare, finanzia segretamente questa azienda da anni a mia insaputa.»
Diversi consiglieri si mossero a disagio.
«Questa non è una controversia finanziaria. È una scalata ostile travestita da crisi familiare.»
Mio padre chiuse il microfono. «È bravo.»
«Lo so.» Era una delle ragioni per cui l’avevo amato.
Riccardo parlò per dieci minuti. Manipolazione dei creditori. Proprietà occulte. Conflitti d’interesse.
Evitò con cura di parlare dell’ingresso. Di Ludovica. Dei miei referti.
Poi intervenne il consigliere capofila. «Riccardo, abbiamo ricevuto l’ordine di preservazione delle immagini di sicurezza. E la conferma che la signora Valenti ha ricevuto cure mediche.»
«Non c’entra con la governance societaria.»
«C’entra, se l’amministratore delegato ha cercato di costringere un’azionista a cedere dei beni.»
«Chi l’ha detto?»
Attivai il microfono. «Io.»
I suoi occhi trovarono i miei. Per la prima volta l’espressione levigata si incrinò.
«Elisa.»
Sollevai l’atto falsificato davanti alla telecamera. «Per tre anni hai voluto che stessi zitta. Quell’accordo è finito.»
Ludovica entrò nella stanza dietro di lui e gli sussurrò qualcosa all’orecchio.
Riccardo chiese improvvisamente una sospensione. Lo schermo si spense.
Sergio guardò il telefono. «Sta succedendo qualcosa in sede.»
«Cosa?»
«Stanno cercando di entrare nell’archivio direzionale.»


