Ludovica tornò in città sotto pressione legale. I suoi avvocati le consigliarono di collaborare con gli inquirenti sulle operazioni finanziarie.
Per quasi tre settimane non sentii parlare della gravidanza. Lo preferivo.
Poi l’avvocato di Riccardo chiese il rinvio di un’udienza. Il motivo finì negli atti: Ludovica aveva confermato di essere incinta.
Riccardo iniziò subito a raccontare agli amici che il bambino era suo.
Da quel momento cambiò di nuovo la narrazione. Non era più l’amministratore caduto accusato di illeciti finanziari e violenza. Era un futuro padre che lottava per il proprio avvenire.
Voleva un’altra storia.
Ma Ludovica aveva smesso di collaborare con lui. Tramite il suo avvocato rifiutò di confermare la paternità.
Riccardo era furioso. Matteo non disse nulla. Nemmeno io.
Quella bambina non aveva causato niente di tutto questo. Qualunque cosa fosse successa tra gli adulti, mi rifiutavo di rendere un neonato parte della mia vendetta.
Alla fine Ludovica chiese un incontro con me.
La mia prima risposta fu no. Poi Sergio mi spiegò il motivo. «Vuole fornire prove contro Riccardo in cambio del suo impegno a non perseguire certe azioni civili contro di lei personalmente.»
«Quali prove?»
«Non lo dirà finché non la incontra.»
Mio padre odiava l’idea. Accettai lo stesso.
Ci incontrammo in una sala riunioni, con gli avvocati presenti.
Ludovica sembrava un’altra. Niente seta color champagne. Niente orecchini di diamanti. Niente sorriso levigato. Un abito grigio semplice.
Per la prima volta sembrava stanca.
«Hai vinto.» Furono le sue prime parole.
«Non era una gara.»
«Per me lo è sempre stata.»
«Lo so.»
Abbassò lo sguardo. «Ti odiavo prima ancora di conoscerti.»
Aspettai.


