Il nonno di Riccardo. Valenti Industriale era nata come azienda manifatturiera fondata da Ottavio quasi cinquant’anni prima. Riccardo ne aveva ereditato una parte e l’aveva espansa con aggressività.
«Cosa prevedono quei patti?»
Camilla mi guardò dritta. «Che se un membro della famiglia Valenti in carica come amministratore delegato viene rimosso per giusta causa, i suoi diritti di voto per delega passano temporaneamente al maggiore azionista familiare indipendente.»
La stanza rimase in silenzio.
«Che è Marchetti» disse Sergio.
«Sì.»
Il cuore accelerò. «Quanti voti?»
«Abbastanza da determinare il prossimo presidente, se il consiglio dichiara la rimozione per giusta causa.»
L’impero sotto i piedi di Riccardo, per una volta, era stato costruito dalla sua stessa famiglia. E suo nonno aveva evidentemente previsto che un giorno un Valenti potesse diventare troppo pericoloso per restare al comando.
Camilla sollevò un altro fascicolo. «C’è un altro problema. Riccardo adesso conosce quella clausola.»
«Come?»
«Ludovica l’ha trovata ieri.»
Il tempismo mi gelò.
Ieri. Prima della cena. Prima dell’umiliazione. Prima di tutto.
Ludovica aveva scoperto che, se Riccardo fosse stato rimosso per giusta causa, il controllo poteva spostarsi verso il mio blocco di voto.
All’improvviso la violenza appariva diversa. Non meno personale. Più calcolata.
«Cosa voleva fare?» chiese Sergio.
Camilla deglutì. «Credo volesse Elisa fuori dalla struttura azionaria prima che qualcuno potesse rimuovere Riccardo.»
Poi disse la frase che cambiò il caso.
«Ho copiato un memo vocale di Riccardo di ieri mattina.»
Premette play.
La voce di Riccardo riempì la stanza.
«Se stasera Elisa rifiuta, Ludovica dice che dobbiamo insistere di più.»


