Una volta, quasi due anni dopo, vidi il suo nome su una rivista di settore. L’articolo lo descriveva come un ex dirigente che stava ricostruendo la propria carriera dopo «un periodo di profondo fallimento personale e professionale».
Chiusi la pagina. Non provai nulla.
Mi sorprese.
Per tanto tempo avevo immaginato che guarire fosse una cosa drammatica. Come una vittoria. Come giustizia. Come guardare chi ti ha ferita perdere tutto.
Non è così.
Guarire è silenzioso.
È dimenticarsi di controllare se Riccardo è infelice. È passare tre giorni senza pensare a Ludovica. Poi tre settimane. È dormire tutta la notte. È stare sotto l’acqua calda senza ricordare i segni che una volta mi coprivano la schiena. È rimettere un vestito scoperto perché ne ho voglia.
I segni sono sbiaditi. Non del tutto. Qualcuno è rimasto.
Ho smesso di nasconderli.
Una sera andai con mio padre al gala della Fondazione Ferrante. Per quasi tutta la mia vita adulta avevo evitato le fotografie pubbliche con lui.
Quella sera, quando i giornalisti mi chiesero se volessi spostarmi, sorpresi tutti.
«No.»
Rimasi accanto a mio padre. I flash scattarono. Per la prima volta non mi importava chi lo sapesse.
Una giornalista chiese: «Signora Marchetti, perché ha nascosto per tanti anni il legame con il dottor Ferrante?»
Ci pensai. «Perché volevo sapere chi ero senza il suo nome.»
«E l’ha scoperto?»
Sorrisi. «Sì.»
«Cosa ha imparato?»
«Che un nome può aprire porte. Che il denaro può proteggerti. Che il potere può cambiare i risultati.» Feci una pausa. «Ma nessuna di queste cose ti dice chi merita un posto nella tua vita.»
La giornalista abbassò leggermente il microfono. «E cosa te lo dice?»
«Il carattere.»
Mio padre mi guardò. Continuai.


