Avevo incontrato Ottavio Valenti solo quattro volte. Era già malato quando io e Riccardo eravamo diventati una cosa seria.
Parlava lentamente. Osservava tutto. A differenza del nipote, non riempiva mai il silenzio solo perché esisteva.
La lettera era sigillata nell’archivio della sua successione. Sulla busta aveva scritto il mio cognome da nubile.
Elisa Marchetti.
La aprii con le mani che tremavano.
Elisa,
se stai leggendo questa lettera, Riccardo è diventato l’uomo che speravo, oppure quello che temevo.
Se è diventato il primo, brucia questo foglio.
Se è diventato il secondo, ricorda che non sei tu la responsabile della sua salvezza.
Mi si annebbiarono gli occhi. Mio padre si sedette accanto a me. Continuai.
Ottavio scriveva di Riccardo bambino. Brillante. Competitivo. Disperatamente in cerca dell’approvazione di un padre quasi sempre assente.
Descriveva la sua fame di dimostrare quanto valeva. E descriveva il pericolo: Riccardo confondeva l’ammirazione con l’amore, il controllo con la sicurezza, il vincere con il valore.
Aveva sperato che il matrimonio gli insegnasse cos’è una società tra pari. Ma temeva che finisse per vedere una moglie forte come una concorrente.
Verso la fine spiegava la clausola sul voto. L’aveva creata perché in passato l’orgoglio dei Valenti aveva distrutto aziende più piccole. Nessun futuro amministratore col cognome di famiglia avrebbe avuto il controllo assoluto.
Poi l’ultimo paragrafo.
Se un giorno Riccardo ti farà del male per difendere la sua posizione, non proteggere il nome Valenti dalle conseguenze.
Un’azienda si può ricostruire.
Anche una persona può ricostruirsi.
Ma solo dopo aver smesso di confondere la resistenza con la lealtà.
Piegai la lettera.
Per anni ero stata orgogliosa di quanto riuscivo a sopportare. Cene solitarie. Le assenze di Riccardo. Le critiche. La segretezza crescente. La sua pretesa che io restassi invisibile mentre lui diventava sempre più pubblico.
Lo chiamavo lealtà.
Ottavio le aveva dato il nome giusto.
Resistenza.


