Quella notte Riccardo mi chiamò diciassette volte. Non risposi.
Al diciottesimo tentativo rispose Sergio. «Signor Valenti, ogni comunicazione passa dai legali.»
Urlò abbastanza forte da farmi sentire la voce dall’altra parte della stanza.
Venti minuti dopo era davanti alla casa in cui mio padre mi aveva ospitata. La sicurezza lo fermò al cancello. Restò lì quasi un’ora.
Alla fine accettai di parlargli dal videocitofono.
Il suo viso apparve sullo schermo. Stava male. Per la prima volta da anni non aveva i capelli in ordine. Niente cravatta. Occhiaie profonde.
«Elisa.»
Non dissi nulla.
«Ti prego.»
Stavo per spegnere lo schermo. Poi disse: «Ludovica mi ha mentito.»
Ecco. La frase che sapevo sarebbe arrivata.
Non ti ho tradita. Non ti ho fatto del male. Non ho scelto la crudeltà.
Ludovica mi ha mentito.
Premetti il pulsante. «Non ti teneva lei la mano.»
«Lo so.»
«Non ha preso venti decisioni al posto tuo.»
«Lo so.»
«Non ti ha obbligato a lanciarmi addosso le carte del divorzio.»
«Elisa, ti prego.» La voce gli si spezzò. «Ero arrabbiato.»
«Eri comodo.»
Sembrò confuso.
«Ti faceva comodo credere il peggio di me, perché rendeva più facile fare quello che volevi fare.»
«Non è vero.»
«Volevi Ludovica. Volevi un figlio. Volevi i miei beni. Volevi la tua azienda. E volevi che io sparissi senza costringerti ad ammettere che uomo ti rendeva tutto questo.»
Strinse le sbarre del cancello. «Non ho mai voluto farti del male.»
«E allora cosa pensavi di fare?»
Non aveva risposta.
Passarono alcuni secondi. Poi abbassò la voce. «Posso sistemare tutto.»
«No.»
«Licenzio Ludovica.»
Quasi risi. «Non lavora per te.»
«La tolgo dalla mia vita.»
«Questo non cambia la mia.»
«Firmo quello che vuoi.»
«Era esattamente quello che tu volevi da me.»
Trasalì.


