Uno sguardo alla storia
Mancavano tre ore.
Ero davanti allo specchio della suite, all'ultimo piano dell'hotel sul lungadige, e stavo cercando di infilarmi il secondo orecchino. Le mani mi tremavano per la felicità, non per la paura. Quella parte viene dopo.
Poi ho sentito urlare.
Non un capriccio. Non un pianto da bambina stanca. Un urlo che ti entra dentro le costole e ti ci resta.
Nina.
L'orecchino è caduto sul pavimento. Non l'ho più cercato.
Sono corsa scalza lungo il corridoio, con quel vestito assurdo che mi si aggrovigliava alle gambe, e sentivo solo la sua voce che chiamava «Mamma! Mamma!» con un fiato corto, spezzato, come se qualcuno le avesse tolto l'aria.
Ho girato l'angolo.
E la mia vita si è aperta in due.
Nina era lì, quattro anni, il vestitino da damigella color pesca che avevamo scelto insieme tre mesi prima, le scarpine storte, un nastro sciolto che le pendeva sulla guancia. Era schiacciata contro la parete, le spalle su per le orecchie, il corpo che tremava tutto insieme.
E sopra di lei c'era l'uomo che avrei sposato alle undici.
Riccardo.
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