Avevo creduto ogni singola volta, perché credere era più comodo che guardare.
Seduta su quel pavimento, con la fronte appoggiata alla sponda del letto, mi è venuto da vomitare.
Non era stato un episodio. Era stato un mese. Forse due.
E ogni volta c’ero stata io, nella stanza accanto, a lavare i piatti.
L’avevo lasciata sola con lui. Le avevo detto di essere gentile. Le avevo spiegato, con la voce dolce delle brave madri, che Riccardo sarebbe stato il suo nuovo papà e che doveva volergli bene.
Le lacrime sono arrivate senza rumore.
«Scusami» ho sussurrato al buio. «Scusami, amore mio.»
Nina si è mossa. Ha allungato una mano fuori dalle coperte, mi ha trovato un dito e l’ha stretto.
Sono rimasta lì tutta la notte.
E verso le quattro, mentre fuori cominciava a schiarire sopra i tetti, ho smesso di piangere.
Perché avevo capito che non bastava allontanarlo.
Dovevo dimostrarlo.


