La svolta non è arrivata da un avvocato.
È arrivata da un giocattolo.
Il cavallino di legno gliel’aveva regalato mio padre quando aveva due anni: un cavallo a dondolo piccolo, da tenere in mano, dipinto a mano da un artigiano di Sant’Ambrogio. Nina ci dormiva insieme. Aveva un nome, Biscotto. Ci parlava.
Da settimane non lo vedevo più in giro.
Quella domenica, mentre sistemavo l’armadio della sua camera, l’ho trovato in fondo, dentro una scatola di scarpe, sotto due maglioni.
Spezzato. La zampa posteriore staccata di netto.
Sono rimasta seduta sul pavimento con quei due pezzi in mano per non so quanto.
Poi l’ho chiamata.
Nina è arrivata sulla porta, ha visto cosa avevo in mano e si è fermata di colpo. Ha fatto quella cosa che fanno i bambini quando pensano di essere in punizione: ha guardato prima le mie mani, poi la mia faccia, poi il pavimento.
«Vieni qui, amore.»
È venuta a piccoli passi.
«Non l’ho rotto io» ha detto subito.
«Lo so.»
Si è morsa il labbro.
«Vuoi dirmi chi è stato?»
Ha scosso la testa così forte che i capelli le sono finiti sugli occhi.
Non ho insistito. Ho imparato quel giorno una cosa che poi la psicologa mi ha confermato: con i bambini piccoli non si tira. Si aspetta con la porta aperta.
Ho preso i due pezzi e li ho appoggiati sul comodino, uno accanto all’altro.
«Sai una cosa? Il nonno Pietro aggiusta tutto. Anche i cavalli. Lo teniamo qui finché non siamo pronte a portarglielo. Va bene?»
Nina ha guardato il cavallino a lungo.
Poi si è arrampicata sul letto, si è messa in ginocchio e ha detto, tutto d’un fiato, come chi salta da uno scoglio:


