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Capitolo 23: Il processo — Parte 1

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Capitolo 23 di 31
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Il processo è arrivato quattordici mesi dopo. È lungo, in Italia. Nessuno te lo dice all’inizio.

Ma Nina in aula non ci è mai entrata.

L’hanno ascoltata con l’incidente probatorio: una stanza piccola con un tavolino basso, i colori chiari, uno specchio unidirezionale, e una psicologa che le faceva le domande al posto degli avvocati. Il giudice, i legali e il pubblico ministero erano dall’altra parte del vetro.

Io ero in una terza stanza, con Federica, e non potevo sentire niente.

Sono state cinquantacinque minuti. Li ho contati tutti.

Quando la porta si è aperta, Nina è uscita con un disegno in mano — un cavallo con quattro zampe, tutte attaccate — e ha chiesto se poteva avere il succo di pera.

La psicologa mi ha guardata e ha fatto un piccolo cenno con la testa.

Poi ha testimoniato la dottoressa Lombardi, con i referti fotografici.

Poi Antonella Ruggeri.

Poi la signora Pavan, che ha risposto alle domande della difesa senza spostarsi di un millimetro e ha corretto due volte l’avvocato sull’ora esatta.

E poi è entrata Serena.

Ha parlato per due ore. La difesa l’ha attaccata su tutto: l’alcol, la gelosia, il fatto che la denuncia fosse arrivata solo adesso.

Serena ha risposto con la voce ferma:

«Non ho denunciato prima perché mi aveva convinta che non mi avrebbe creduta nessuno. Aveva ragione. Per tre anni non mi ha creduta nessuno, me compresa.»

Riccardo era in aula, seduto composto, in giacca blu. Prendeva appunti su un quaderno, come se stesse seguendo un convegno.

Non ha guardato Serena una sola volta.

La difesa ha sostenuto che una bambina di quattro anni fosse stata suggestionata dalla madre. La perizia ha detto il contrario: il racconto conteneva dettagli percettivi che i bambini istruiti non producono.

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