Si è avvicinato di un passo.
«Ti rendo la vita un inferno, Giulia. Te lo prometto.»
Poi si è girato ed è tornato alla macchina, con le peonie ancora in mano. Le ha buttate nel cassonetto all’angolo senza fermarsi.
Ho chiuso la porta e sono scivolata giù con la schiena contro il legno.
«Mamma? Chi era?»
Mi sono asciugata la faccia con il polso e ho fatto la voce normale.
«Uno che vendeva le finestre nuove. Niente di importante.»
Sono andata in salotto. Nina mi guardava con le matite ancora in mano. I bambini non ci credono mai davvero, alle voci normali.
Mi sono seduta per terra accanto a lei.
Poi ho preso il telefono e ho chiamato Chiara.
«È venuto qui. Mi ha minacciata.»
Chiara non ha perso un secondo.
«Ci serve un avvocato. E da adesso registri tutto: ora, data, cosa dice, chi c’era. Ogni messaggio, ogni citofonata, ogni volta che passa sotto casa. Tutto.»
Ho preso un quaderno a quadretti di Nina, ho strappato le prime pagine coi disegni e ho scritto in alto, in stampatello: REGISTRO.
Non sapevo ancora che quel quaderno, undici mesi dopo, sarebbe finito in un fascicolo con un numero sopra.


