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Capitolo 27: Matteo — Parte 1

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Capitolo 27 di 31
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Matteo Ricci l’ho conosciuto a un colloquio scolastico, seduta su una sedia troppo bassa, mentre lui mi spiegava che Nina in classe parlava poco ma disegnava benissimo.

Aveva le maniche arrotolate e le mani sporche di pennarello.

Ci abbiamo messo sette mesi ad andare a bere un caffè che non fosse alla macchinetta della scuola.

Avevo una paura fisica di ricominciare. Non del cuore: proprio del corpo. La prima volta che ha alzato la mano per prendere un bicchiere alto in cucina, mi sono spostata di un passo senza volerlo.

Se n’è accorto. Non ha fatto finta di niente e non ha fatto una tragedia.

Ha solo detto: «Se serve, ti dico prima cosa sto per fare.»

Ed è stato quello, non i fiori, a farmi capire che era un’altra specie di uomo.

Non ha mai provato a fare il padre. Non ha mai chiesto a Nina di chiamarlo in un certo modo. Non ha mai detto «adesso comando io».

Faceva cose piccole e costanti: si sedeva a guardare gli allenamenti di pallavolo sotto la pioggia, costruiva fortini di cuscini, imparava i nomi di tutti i pupazzi e non li sbagliava.

E soprattutto: quando Nina diceva no, si fermava. Sempre. Anche per il solletico. Anche per un abbraccio.

Una sera, dopo che se n’era andato, Nina si è seduta accanto a me sul divano. Aveva sette anni e l’aria di chi ha un discorso preparato.

«Mamma. Tu gli vuoi bene a Matteo?»

Ho esitato.

«Mi sta molto simpatico.»

Ha fatto gli occhi al cielo, con una faccia da adolescente che aveva imparato non so dove.

«Mamma, tu gli vuoi bene. Va bene, sai. Anche a me. È gentile. E ti fa ridere. E non urla mai. E quando io dico basta, lui smette.»

Ha guardato le sue calze.

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