Serena Bassi l’avevo incrociata una volta sola, a una cena di studio, due anni prima. Era stata gentile, formale, e se n’era andata presto.
Ricordavo il modo in cui aveva guardato Riccardo mentre lui parlava al centro del tavolo. Non con rancore.
Con calcolo. Come si guarda il meteo prima di uscire.
Riccardo, di lei, mi aveva detto due parole: «fissata» e «non ha mai accettato la fine».
L’ho trovata su un profilo pubblico. Le ho scritto con le dita che sbagliavano i tasti.
Non so se si ricorda di me. Sono Giulia, la compagna di Riccardo Vantini. Il matrimonio doveva essere sabato. L’ho annullato perché ha fatto del male a mia figlia. Credo che lei possa sapere qualcosa.
Ho premuto invio prima di ripensarci.
Ha risposto dopo due ore.
Mi ricordo benissimo. Mi dispiace per sua figlia. E non sono sorpresa. Possiamo vederci? In un posto pubblico.
Ci siamo trovate in un bar vicino a Porta Nuova, a metà mattina, quando i tavolini sono vuoti e i camerieri ti lasciano stare.
Serena era già lì, seduta in fondo, con la schiena al muro e la faccia verso la porta. Ho notato anche quello.
«Grazie di essere venuta» ho detto.
«Aspettavo che qualcuno lo dicesse.» Aveva le mani strette intorno alla tazza. «Da tre anni.»
«Cosa le ha fatto?»
Ha guardato fuori dalla vetrata.
«Due anni insieme, uno di convivenza. All’inizio era perfetto. Attento, spiritoso, presente. Mi portava la colazione a letto se avevo un esame difficile.»
Ha girato il cucchiaino senza berne.
«Poi ha iniziato a volere l’orario. Dove sei, con chi, quanto ci metti. Poi le mie amiche erano tossiche. Poi mia sorella era invadente. In otto mesi ero rimasta con lui e basta, e non me n’ero nemmeno accorta.»
«E dopo?»


