Le prime chiamate sono arrivate dopo undici minuti.
Mia madre.
«Giulia Ferrante, si può sapere che cosa succede?» La voce tagliente della paura. «Chiara ha chiamato tutti dicendo che è tutto annullato. Ti rendi conto?»
Ero seduta sul divano con Nina addormentata sul petto. Chiara faceva il resto delle telefonate chiusa in bagno per lasciarmi respirare.
«Non posso sposarlo, mamma.»
«Ma perché? Avete litigato? Qualunque cosa sia, si risolve—»
«Non è un litigio.»
Silenzio. Poi il tono è cambiato, si è fatto cauto. Quasi diagnostico.
«È per Nina?»
Ho chiuso gli occhi.
Certo che ci arrivava lì. Ci arrivavano tutti lì. La bambina difficile. La bambina che se le inventa.
«Sì. È per Nina.»
Mia madre ha sospirato, quel sospiro che conosco da trentasei anni.
«Amore, lo so che sta facendo fatica col cambiamento. I bambini si agitano. Ma non puoi buttare via il tuo futuro per un capriccio—»
«Ha detto che le ha fatto male, mamma.»
La linea è rimasta muta per tre secondi buoni.
Poi, con una prudenza che non le perdonerò mai del tutto:
«E tu le credi?»
«È mia figlia. Certo che le credo.»
«Ma ha quattro anni, Giulia. A quattro anni si confondono le cose. E Riccardo è un uomo per bene, è stato di una pazienza infinita con lei—»
«Pazienza.» Mi si è rotta la voce. «Stava in piedi davanti a lei mentre urlava contro il muro. Quella la chiami pazienza?»
«Io non c’ero. Non so cosa sia successo. So che tu sei sotto pressione da mesi e che forse stai leggendo male le cose.»
Poi ha detto la frase che mi è rimasta addosso per settimane.
«Sta’ attenta. Stai accusando un uomo di una cosa gravissima. Se ti sbagli, gli rovini la vita. E poi te la devi tenere.»
Ha riattaccato.


