Quella notte, quando l’appartamento si è finalmente svuotato di urla e di accuse, mi sono seduta per terra nella camera di Nina.
La guardavo respirare.
E ricordavo.
Tre settimane prima. Riccardo si era offerto di tenerla mentre andavo alla prova finale dell’abito. Ero stata grata. Mi era sembrato il segno che stavamo diventando una famiglia vera.
Al ritorno, Nina era in camera sua, seduta sul tappeto, che sistemava gli animali in fila. Non era corsa alla porta come faceva sempre.
«Ti sei divertita?»
Aveva annuito senza guardarmi.
Riccardo, dal divano: «È stata un angelo. Ci siamo divertiti un sacco.»
Gli avevo creduto.
Due settimane prima. Parco della Biblioteca degli Alberi, altalene. Lei rideva con la testa all’indietro.
Riccardo si era avvicinato per spingerla.
La risata si era spenta a metà. Come si spegne una radio.
«Mamma, voglio scendere.»
«Ma se ti piace tanto.»
«Voglio scendere.»
L’avevo tirata giù e lei mi aveva preso la mano e non l’aveva più mollata per due ore. E per due ore si era messa sempre, sempre, tra me e lui.
«È stanca» aveva detto lui ridendo. «Ha giocato troppo.»
Avevo creduto anche a quello.
Dieci giorni prima. Io in cucina a sistemare, loro in salotto davanti ai cartoni.
Un grido.
Ero corsa dentro. Nina sul divano, la faccia dentro il cuscino, le spalle che andavano su e giù.
Riccardo in piedi accanto a lei. Preoccupato. Composto.
«Si è addormentata e ha fatto un brutto sogno. La stavo tranquillizzando.»
L’avevo presa in braccio e si era attaccata a me come ci si attacca a un galleggiante.
«Che sogno era, amore?»
«Brutto» aveva detto soltanto.
E lui, con quel sorriso comprensivo che mi faceva sempre sentire al sicuro: «Poverina. Sono settimane che dorme male. Sarà l’agitazione del matrimonio.»
Avevo creduto.


