Mi sono seduta per terra con la mano sulla bocca per non farmi sentire.
Sto ferma perché finisce prima.
Quattro anni.
Nessun bambino di quattro anni dovrebbe conoscere una strategia.
Ho sentito Nina raccontare il cavallino. Poi la frase sulle bambine che vengono date via. Poi una cosa che non sapevo: che una volta l’aveva chiusa in bagno «per farla stare zitta» mentre io ero dal parrucchiere.
Quando la porta si è aperta, Antonella mi ha trovata seduta sul pavimento del corridoio.
Si è accovacciata accanto a me.
«È una bambina straordinariamente lucida» ha detto piano. «Racconta in modo coerente, con dettagli sensoriali propri, senza contraddizioni e senza formule da adulto. Questo, tecnicamente, conta molto.»
«Cosa succede adesso?»
«Adesso io deposito la relazione. Poi si va in Procura. E lei fa una cosa che le costerà: sporge denuncia, con nome e cognome, mettendoci la faccia.» Ha fatto una pausa. «Perché lui la farà pagare, Giulia. Lo sa, vero?»
«Lo so.»
Quando se n’è andata, sono entrata in camera di Nina.
Era seduta sul letto con il coniglio in braccio.
«Ho fatto bene, mamma?»
L’ho abbracciata così forte che ha protestato ridendo.
«Hai fatto benissimo. Sei la persona più coraggiosa che conosco.»


