Due giorni dopo ha suonato alla porta.
Stavo preparando la pasta. Nina disegnava in salotto e non ha sentito.
Ho guardato dallo spioncino e mi si è gelato tutto.
Riccardo. Con un mazzo di peonie. Le mie.
Aveva la faccia stanca, gli occhi arrossati, la barba di tre giorni. Anche quello era studiato: si era vestito da uomo distrutto.
Ho aperto lasciando la catenella.
«Cosa vuoi?»
«Giulia, per favore. Fammi entrare. Dobbiamo parlare.»
«Non abbiamo niente da dirci.»
«Non è vero e lo sai. Mi manchi. Mi manca Nina. È tutto un enorme fraintendimento e voglio sistemarlo.»
«La pediatra ha trovato dei lividi sulle braccia di mia figlia. Segni di dita. Ha fatto la segnalazione.»
Il colore gli è andato via.
Poi il viso si è indurito. Ho visto il passaggio esatto.
«Sei andata dalla pediatra.» La voce piatta. «Stai costruendo un mostro dal niente. Quei lividi sono del parco, c’eri anche tu—»
«Non sono del parco.»
Si è passato la mano tra i capelli. Il gesto della frustrazione, ripetuto identico da due anni. Non l’avevo mai visto come una tecnica.
«Pensa a quello che stai facendo. Se questa cosa va avanti, mi resta addosso per sempre. Il lavoro. Lo studio. Tutto.»
L’ho guardato attraverso i dieci centimetri di apertura.
Il lavoro. Lo studio.
Non aveva chiesto una sola volta come stava lei.
«Bene» ho detto. «Forse è esattamente quello che meriti.»
E allora è caduta la maschera. Non con un urlo. Con un abbassamento di volume.
«Se insisti, io reagisco. Racconto a tutti che sei una madre paranoica, che dalla separazione non ti sei mai ripresa, che stai riversando i tuoi problemi su un uomo che ti ha solo voluto bene. Quando avrò finito, in questa città non ci sarà una persona che ti guarda in faccia.»


