«L’ha buttato lui. Perché io facevo rumore. Poi ha detto che se lo dicevo a te, tu non mi volevi più bene.»
Ho dovuto tenermi al bordo del materasso.
«Cosa ti ha detto, esattamente?»
«Che le bambine che dicono le bugie, le mamme le danno via.»
Ho respirato dal naso, piano, perché non voleva vedermi crollare. Se crollavo io, lei smetteva di parlare.
«Nina. Guardami.» Le ho preso le mani. «Non esiste niente, ma proprio niente al mondo, che tu puoi dirmi che mi faccia smettere di volerti bene. Neanche una cosa. Mai.»
«Neanche se rompo la televisione?»
«Neanche se rompi la televisione.»
Ha pensato.
«Neanche se dico una parolaccia grossa?»
«Neanche.»
E allora è scoppiata a piangere, ma in modo diverso da quello del corridoio dell’hotel. Un pianto morbido, lungo, di scarico.
Quella sera ho scritto tre pagine sul quaderno a quadretti.
E ho capito perché non me l’aveva detto prima.
Non aveva avuto paura di lui.
Aveva avuto paura di perdere me.


