«Dopo, la prima spinta contro il frigorifero. Poi le scuse, i fiori, il pianto vero. Perché quello è vero, sa? Piange davvero. È la cosa che confonde di più.»
Ha alzato la manica sinistra. Il polso aveva una cicatrice chirurgica sottile.
«Frattura scomposta. In ospedale ho detto che ero caduta dalle scale del garage. Mi ha accompagnata lui, mi ha tenuto la mano al triage ed è stato gentilissimo con l’infermiera.»
Ho sentito il caffè risalirmi.
«Perché non se n’è andata?»
Serena ha sorriso, ma solo con la bocca.
«Perché quando ho provato a parlarne, avevano già tutti la versione pronta. Che bevevo. Che ero instabile. Che ero gelosa del suo lavoro. Lui aveva costruito quella storia per mesi, prima ancora che io alzassi la voce.» Mi ha guardata. «Fa sempre così. Prepara la caduta di chi lo accusa prima che lo accusi.»
Mi ha allungato la mano sul tavolo.
«Quando ho saputo di voi ho pensato di avvisarla. Non l’ho fatto. Avevo paura. Mi dispiace.»
«Ha conservato qualcosa?»
Ha annuito piano.
«Referti. Foto. E centoquaranta messaggi che non ho mai cancellato, anche se mia madre mi diceva di andare avanti.»
Ho posato la tazza.
«Se lo racconta ai carabinieri, non tocca più nessun’altra.»
Serena è rimasta zitta a lungo. Fuori passava un tram.
Poi ha detto: «Va bene.»
E per la prima volta da otto giorni ho respirato fino in fondo.


