«Vattene. Adesso.»
«Giulia, ci sposiamo fra tre ore. Ci sono i nostri genitori. Ci sono ottanta persone—»
«Non me ne importa niente. Mia figlia ha paura di te. È l’unica cosa che conta.»
Ha fatto un passo avanti.
Io ne ho fatto uno indietro. Istintivo. Prima ancora di deciderlo.
E lui l’ha notato. Ho visto la mascella irrigidirsi.
«Stai esagerando» ha detto, e la voce era cambiata. Più fredda, più bassa, più vera. «Stai buttando via tutto per la fantasia di una bambina. Pensaci bene.»
«Ci sto pensando» ho risposto. «Per la prima volta da due anni ci sto pensando davvero.»
Mi sono girata e ho ripreso il corridoio.
«Giulia.»
Non mi sono voltata.
«Se oggi mi lasci qui, te ne pentirai. Te lo prometto.»
Non era una minaccia gridata. Era una constatazione, detta con calma.
È stato in quel momento che ho capito quanto sarebbe stato lungo.
In suite Nina era in braccio a Chiara, sul divano, con gli occhi gonfi e la bocca chiusa. Non piangeva più. Era solo zitta.
Quel silenzio mi ha spaventata più delle urla.
Mi ha visto e ha allungato le braccia.
«Mamma» ha sussurrato. «Non voglio che diventa il mio papà.»
L’ho presa e le ho parlato nei capelli.
«Non lo diventerà. Te lo giuro.»
Poi ho guardato Chiara.
«Il matrimonio non si fa.»
Lei ha aperto la bocca, l’ha richiusa. Si è alzata.
«Va bene» ha detto. «Cosa ti serve?»


