I carabinieri sono arrivati due giorni dopo. Il maresciallo Delfino e una collega giovane, la sovrintendente Manzi, che ha parlato con Nina in ginocchio per stare alla sua altezza.
Poi sono andati da lui.
Non mi aspettavo l’arresto. Non funziona così, e comunque lo sapevo.
Ha negato tutto. Con calma, con documenti, con l’agenda alla mano. Ha detto che ero amareggiata per il matrimonio saltato e che avevo istruito la bambina.
E poi ha fatto quello che aveva promesso.
Le voci sono partite nel giro di settanta ore, e non erano voci qualsiasi. Erano fatte bene.
Che lo tradivo da mesi. Che avevo avuto un crollo dopo la separazione. Che prendevo psicofarmaci e li mescolavo. Che usavo mia figlia per vendetta.
Mi hanno scritto persone che non sentivo da anni. Una collega ha smesso di sedersi con me in mensa. La mamma di una compagna di Nina ha annullato un pomeriggio insieme con una scusa che non stava in piedi.
Poi è arrivata la busta gialla.
Querela per diffamazione. E, a seguire, una richiesta di risarcimento con una cifra a sei zeri per danno all’immagine e alla professione.
Ho letto quelle pagine al tavolo della cucina con le mani ghiacciate.
Non voleva vincere. Voleva stancarmi. Voleva che io calcolassi il costo e mi fermassi.
Ho chiamato l’avvocata, Federica Nardi.
«È un manuale» ha detto lei, senza scomporsi. «La querela temeraria serve a spostare il campo: da ‘cosa ha fatto lui’ a ‘cosa ha detto lei’. Non ci spostiamo. Noi restiamo sui referti, sulla relazione dei servizi, sulla testimonianza della sua ex compagna. E le sue minacce alla porta, quelle le mettiamo dentro anche noi.»
«E se perdiamo?»
«Non stiamo giocando a chi ha più soldi. Stiamo portando in Procura una notizia di reato con riscontro medico. È diverso.»


