L’assistente sociale si chiamava Antonella Ruggeri. Sui cinquanta, scarpe comode, un quaderno ad anelli e la capacità di stare in silenzio senza metterti a disagio.
È venuta a casa un martedì pomeriggio.
Le ho raccontato tutto: l’hotel, la frase di Nina, i lividi, la relazione della dottoressa Lombardi, il cavallino, Serena.
Ha preso appunti per un’ora senza interrompermi mai, tranne due volte per chiedermi una data precisa.
Poi ha chiuso il quaderno.
«Adesso vorrei parlare con Nina. Da sola, se per lei va bene. Con i bambini piccoli la presenza del genitore, anche la più amorevole, cambia le risposte.»
Ho esitato. Ogni cellula del corpo diceva no.
«Resto dietro la porta.»
«Resti dove vuole.»
Sono andata in camera sua. Stava mettendo a letto i suoi peluche in fila per grandezza.
«Amore, quella signora vorrebbe parlare un po’ con te. Puoi dirle quello che ti va. Anche niente, se non ti va.»
«Mi chiede di Riccardo?»
«Forse. E se te lo chiede, tu dici la verità. Qualunque cosa sia. Non c’è niente che ti succede.»
Ha annuito con la faccia seria dei bambini che stanno per fare una cosa da grandi.
Le ho lasciate in salotto e sono rimasta in corridoio, con la schiena contro il muro.
All’inizio si sentiva solo la voce di Antonella, tranquilla, che chiedeva dei peluche e del nome del coniglio.
Poi, dopo un po’:
«Nina, mi racconti com’è Riccardo?»
Un silenzio lunghissimo.
Poi quella vocina.
«È cattivo quando la mamma non c’è.»
Mi si sono piegate le ginocchia.
«E cosa fa, quando la mamma non c’è?»
«Urla. E mi stringe le braccia forte. E dice che sono una bambina brutta dentro.»
«E tu cosa fai?»
«Sto ferma. Perché se sto ferma finisce prima.»


