Uno sguardo alla storia
Avevo chiuso la trasferta in anticipo per un solo motivo: Sofia.
Cinque anni, un buco tra i denti davanti, e la capacità di trasformare qualunque giornata in qualcosa di sopportabile. In quei giorni lontano da casa avevo contato le ore come un ragazzo alla vigilia di un compleanno.
Mentre girava la chiave nella porta di casa, la mia testa aveva già preparato la scena: passi piccoli e veloci lungo il corridoio, un urlo di gioia, due braccia intorno al collo.
Invece dal piano di sopra è arrivato un pianto.
Non un capriccio. Non un lamento. Un pianto vero, di paura.
«Papà!»
La valigia è rimasta dov'era, nell'ingresso, mentre salivo le scale a due gradini per volta. Il bagno in fondo al corridoio. La porta socchiusa. L'ho spalancata.
Sofia era seduta su uno sgabello di legno, rigida come una bambola. Le lacrime le rigavano il viso fino al collo. E metà dei suoi capelli — quei capelli lunghi che Rachele le aveva pettinato e intrecciato mille volte — non c'erano più. Tagliati a filo. Raccolti in un mucchio sulle piastrelle.
Dietro di lei, in piedi, con la macchinetta ancora in mano, c'era mia moglie.
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