Ero solo triste. Triste che non ci fosse. Triste che si stesse perdendo tutto questo. Triste che Sofia dovesse crescere senza di lei.
Ma ero anche grato. Per gli anni che avevamo avuto. Per Sofia. Per il fatto che ci avesse amati abbastanza da combattere anche da lontano.
Sulla strada di casa Sofia si addormentò in auto. La guardavo nello specchietto. Il viso tranquillo.
Pensai alla frase del diario.
È questo che fa un padre. Non il sangue.
Aveva ragione.
Quella sera risalii in solaio. Ripresi il diario. Aprii l’ultima pagina scritta, poche settimane prima della fine. La calligrafia era incerta, tirata.
Daniele,
se stai leggendo, non ci sono più.
Scusami per la bugia. Scusami per i segreti.
Ma non mi dispiace di averti dato Sofia.
È la parte migliore di entrambi.
Prenditi cura di lei. Parlale di me. Dille che l’ho amata. Dille che ci sarò sempre.
E Daniele? Perdonami.
E perdona anche te stesso.
Sei un padre bravo. Il migliore.
Tutto il mio amore,
Rachele
Chiusi il diario con le lacrime addosso.
L’avevo perdonata.
E un giorno lo avrei raccontato a Sofia. Quando fosse stata pronta.
Scesi. Andai a controllarla. Dormiva. Le baciai la fronte.
«Ti voglio bene, amore. E anche la mamma. Sempre.»
Tornai in camera e presi il telefono. Chiamai Giacomo.
Rispose. «Daniele? Tutto bene?»
«Sì. Tutto bene. Volevo solo… ringraziarti. Per essere stato dalla nostra parte.»
«Ci mancherebbe. Come sta Sofia?»
«Bene. Diventa più coraggiosa ogni giorno. I capelli le stanno ricrescendo.»
Giacomo restò in silenzio un istante.
«Sono contento. E Daniele? Se ti serve qualcosa. Se hai bisogno di parlare. O se un giorno deciderai che è il momento che Sofia sappia… io sono qui.»
«Grazie, Giacomo. Significa molto.»
Chiusi la chiamata e mi stesi sul letto.
La casa era silenziosa.
Per la prima volta da mesi, quel silenzio non mi faceva paura.
Mi sembrava speranza.


