Mi prese la mano.
«Non fa niente, papà. Ho capito.»
«Hai capito?»
Annuì.
«La mamma voleva che tu fossi il mio papà. Così ha trovato un modo. E Giacomo è il mio amico. Ma tu sei il mio papà. Per sempre.»
Le lacrime mi scendevano senza che potessi fare niente.
La tirai a me e la strinsi.
«Ti voglio bene, Sofia. Più di qualunque cosa al mondo.»
«Anch’io, papà.»
Restammo abbracciati a lungo.
Avevo avuto tanta paura di quel momento. Paura che si confondesse. Che si arrabbiasse. Che mi volesse un po’ meno bene.
Non accadde niente di tutto questo.
Aveva capito. Nel modo in cui capiscono solo i bambini.
Aveva capito che l’unica cosa che conta è l’amore.
Quella sera chiamai Giacomo. Gli raccontai.
«Lo sa» dissi.
«E come l’ha presa?»
«È stata incredibile. Ha detto che tu sei il suo amico, ma che io sono il suo papà. Per sempre.»
Giacomo restò zitto. Sentivo che stava sorridendo dall’altra parte.
«È una bella cosa, Daniele. Una cosa molto bella.»
«Ha anche detto che vuole che tu, Serena e i bambini veniate più spesso. Se va bene.»
«Ci farebbe piacere. Più di quanto immagini.»
Chiusi la chiamata. Guardai la porta della camera di Sofia.
Dormiva. Tranquilla. Felice.
Il segreto era uscito.
E stava tutto bene.
Anzi: meglio che bene.


