Mi abbracciò. La farina finì su tutta la camicia. Non me ne importò niente.
Quella sera, quando Sofia dormiva, restai in salotto a pensare a Rachele. A quanto era stata lucida. A quanto era stata coraggiosa, mentre stava morendo, a pensare a noi.
Presi il telefono. Un messaggio da un numero sconosciuto.
Daniele, dobbiamo parlare. Non fare stupidaggini. Domani alle 10, il bar in via Zamboni. Da solo. Se ti presenti con i carabinieri o con il tuo avvocato, ci rimette Sofia.
Veronica.
Il sangue mi si fermò. Stava minacciando mia figlia per iscritto.
Chiamai Tommaso. Rispose al primo squillo.
«Mi ha scritto. Vuole vedermi. Ha minacciato Sofia.»
Silenzio breve.
«Non andare da solo. Ma non ignorarla neanche. Questa può essere la nostra occasione. Parlo io con i carabinieri: ti facciamo indossare un registratore, mettiamo due uomini in borghese nel bar. Se ti minaccia ancora, se ammette una sola cosa, la fermano lì.»
«È sicuro?»
«Il più sicuro possibile. In un luogo pubblico non tenta niente. E ti avremo sotto gli occhi tutto il tempo.»
Pensai a Sofia, che dormiva al piano di sopra. Al sicuro. Per ora.
«Va bene. Facciamolo.»
La mattina dopo arrivai al bar in anticipo. Due uomini in borghese erano già seduti a tavoli diversi. Tommaso in auto, sull’altro lato della strada, con le cuffie. Io con un microfono in tasca.
Ordinai un caffè e mi sedetti.
Dieci minuti dopo entrò Veronica.
Era diversa. Senza trucco, capelli tirati indietro, felpa e jeans. Sembrava una persona normale. Non quello che era.
Si sedette davanti a me.
«Daniele. Grazie per essere venuto.»
«Cosa vuoi?»
Sorrise. Solo con la bocca.
«Non c’è bisogno di fare la guerra. Possiamo essere ragionevoli.»
«Hai minacciato mia figlia. Dopo quello, la parola “ragionevole” non esiste più.»
Il sorriso si spense.


