Respirai per la prima volta da un’ora.
«Grazie.»
«Non ringraziarmi ancora. Prima peggiora, poi migliora. E Daniele? Qualunque cosa accada, quella bambina ha bisogno che tu tenga botta. Ce la fai?»
Guardai Sofia. Aveva smesso di colorare e mi fissava con due occhi preoccupati.
«Ce la faccio.»
Venti minuti dopo, la porta di casa si aprì.
Quando uscii dalla camera, Veronica era in corridoio e parlava con due carabinieri. Aveva le lacrime agli occhi. Stava recitando.
«Per fortuna siete arrivati. Mio marito è tornato a casa e ha perso completamente la testa. Ho paura di lui.»
Uno dei due mi guardò. «Signore? C’è un problema?»
Alzai il telefono.
«Ho le prove che questa donna ha commesso truffe in serie e che ha in programma di usare mia figlia. E ho la registrazione della minaccia che mi ha fatto dieci minuti fa.»
Avevo premuto registra appena aveva iniziato a parlare attraverso la porta.
Il viso di Veronica si scompose.
Il carabiniere ascoltò. La sua espressione cambiò a metà. Poi si girò verso di lei.
«Signora, raccolga le sue cose e lasci questa proprietà.»
«State dalla sua parte? Non capite—»
«Adesso, signora.»
Mi guardò. E in quello sguardo non c’era più nemmeno un grammo di recita.
«Non è finita, Daniele. Credi di aver vinto? Non hai idea di cosa sono capace di fare.»
Cinque minuti dopo trascinava due valigie fino all’ingresso. Si fermò e guardò Sofia, nascosta dietro le mie gambe.
«Ciao, Sofia. Ti pentirai di aver scelto lui.»
Strinsi mia figlia più forte.
La porta si chiuse. I carabinieri la accompagnarono fino al cancello.
Rimasi in piedi nell’ingresso, con Sofia in braccio, in una casa improvvisamente silenziosa.
Troppo silenziosa.
Perché su una cosa Veronica aveva detto la verità.


