Chiusi ogni porta e ogni finestra. Poi mi sedetti sul divano con Sofia.
Era troppo tranquilla. Quel tipo di tranquillità che nei bambini non è mai un buon segno.
«Amore» le sistemai i capelli rimasti lunghi da un lato, «mi racconti com’è andata mentre papà era via?»
Si guardò le mani.
«Era cattiva.»
«Lo so. Mi dici in che modo?»
Prese fiato come fanno gli adulti prima di una cosa difficile.
«Urlava. Se facevo rumore urlava. Se chiedevo da mangiare urlava. Se parlavo della mamma urlava.»
Mi si chiuse il petto.
«Diceva che la mamma non torna più. Che non mi vuole più bene.»
«Non è vero, amore. La mamma ti ha voluto un bene enorme. E te ne vuole ancora.»
Annuì, ma con gli occhi tristi.
«E non mi lasciava tenere la scatola. Quella con le cose della mamma. Diceva che era spazzatura.»
Chiusi gli occhi. In quella scatola c’era la collana preferita di Rachele. Un disegno che Sofia le aveva fatto a tre anni. La treccina del primo taglio.
Tutto sparito.
«Sofia, ti ha fatto male? Ti ha messo le mani addosso?»
Scosse la testa. «Non tanto. Qualche volta mi stringeva il braccio troppo forte. Ma non mi ha picchiata. Diceva che se te lo dicevo, tu non mi volevi più bene.»
La gola mi si chiuse del tutto.
«Non smetterò mai di volerti bene. Mai. Per nessun motivo al mondo.»
«Adesso lo so» disse piano. «Ma avevo paura. Diceva che ti arrabbiavi perché ero stata cattiva.»
«Non sei mai stata cattiva, Sofia. E niente di tutto questo è colpa tua.»
Si appoggiò al mio petto. «Mi sei mancato, papà. Ogni giorno.»
«Anche tu, amore. Tantissimo.»
Restammo così per un tempo che non ho misurato.
Poi alzò la testa. «Papà?»
«Dimmi.»
«Io non sono davvero tua figlia?»


