Riattaccò.
Chiamai subito Giacomo. Rispose al secondo squillo.
«Daniele? Tutto bene?»
«Marco ti ha contattato?»
Un attimo di silenzio.
«Sì. Stamattina. Prima che ci vedessimo. Mi ha telefonato un tipo che diceva di essere un investigatore privato. Diceva che tu mi stavi nascondendo mia figlia. Che eri una persona pericolosa.»
«Perché non me l’hai detto?»
«Perché non gli avevo creduto. Dopo aver parlato con te, dopo aver sentito la verità, ho capito che mi aveva mentito. Sono andato in caserma appena ci siamo salutati. Ho raccontato tutto. Ho dato il suo numero.»
Mi lasciai andare sul sedile.
«Grazie, Giacomo. Mi ha appena telefonato. Ha minacciato di usarti contro di me.»
«Ci provi. Ma la denuncia c’è già. Hanno tutto quello che mi ha detto.»
«Se ti richiama, avvisami subito.»
«Certo. E Daniele? Sta’ attento. Quel tipo non mi è sembrato equilibrato.»
«Lo so.»
Il treno correva verso casa. Guardavo fuori dal finestrino la pianura che scivolava via e non riuscivo a sentirmi tranquillo.
Marco era libero. Sapeva di Sofia. Sapeva di Giacomo. E non aveva più niente da perdere.
In stazione mi aspettava Tommaso.
«Notizie di Marco?»
«Non ancora. Ma è segnalato, con targa e descrizione. Non può correre per sempre.»
Camminammo verso il parcheggio.
«Daniele, c’è un’altra cosa. Il legale di Veronica ha depositato un’istanza. Chiede la scarcerazione.»
«Non può essere serio. Ha minacciato mia figlia.»
«Sostiene che non c’è pericolo di fuga. Che ha radici qui. Udienza domani.»
«Se esce, scappa. O viene a cercare Sofia.»
«Mi oppongo con tutto. Abbiamo la registrazione, l’agenda, il materiale di Rachele. Un giudice dovrebbe essere fuori di sé per liberarla.»
Ma la paura non se ne andava. Veronica era intelligente. E ora era disperata.
Arrivai a casa. Elena era in cucina con Sofia.
«Papà!»


