La vita dopo il processo fu un’altra cosa.
Più silenziosa. Più calma.
Ricominciai a dormire tutta la notte. Gli incubi di Sofia sparirono del tutto.
Ci costruimmo una routine. Lavoro, scuola, cena, favola, buonanotte.
Cose normali. Cose banali.
E sembravano un regalo.
Una sera, circa sei mesi dopo la sentenza, stavo sistemando il garage.
Trovai una scatola.
Era la scatola dei ricordi di Rachele. Quella che Veronica aveva detto di aver buttato.
Nascosta dietro dei vecchi barattoli di vernice.
L’aveva messa là per tornarci con calma.
La portai in cucina e la aprii sul tavolo.
La collana preferita di Rachele. Un disegno che Sofia le aveva fatto a tre anni. Una foto di noi tre al mare, a Cesenatico.
E la treccina del primo taglio di capelli di Sofia, legata con un nastro azzurro.
Mi sedetti e piansi.
Sofia entrò. «Papà? Perché piangi?»
Mi asciugai la faccia. «Non sono triste, amore. Sono felice. Guarda cos’ho trovato.»
Le mostrai la scatola.
«Queste sono le cose della mamma. Le teneva perché ci voleva un bene enorme.»
Sofia guardò la treccina. «Quelli sono i miei capelli?»
«Sì, amore. Del tuo primo taglio. La mamma li ha tenuti per ricordarsi sempre quanto eri piccola.»
Sofia la prese con due dita, con una delicatezza che non le avevo mai visto.
«Mi manca la mamma.»
«Lo so, amore. Anche a me.»
Quella sera misi la scatola sulla libreria del salotto. In vista. Dove potessimo vederla ogni giorno.
Qualche settimana dopo mi telefonò Giacomo.
«Daniele, spero di non disturbare.»
«No, va tutto bene. Come state?»


