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Capitolo 26: Un uomo davanti alla scuola — Parte 2

← Papà, stava cercando qualcosa: la verità nascosta
Capitolo 26 di 39
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Rafforzai l’antifurto. La accompagnavo e la riprendevo io, ogni giorno. Non la perdevo di vista un minuto.

Ma non potevo tenerla chiusa in casa per sempre. E non potevo continuare a vivere così, con la paura appesa al collo.

Una sera Tommaso mi chiamò.

«Hanno una pista su Marco. Alloggia in un motel appena fuori città. Intervengono stanotte.»

«Sono sicuri?»

«Abbastanza. Una segnalazione anonima. La descrizione combacia. La sua auto era nel parcheggio.»

«Devo esserci?»

«No. Tu resta a casa con Sofia. Lascia lavorare loro. Ti chiamo appena so qualcosa.»

Chiusi la chiamata e mi sedetti accanto al telefono.

Sofia dormiva. La casa era silenziosa. Troppo.

Passò un’ora. Poi due.

Il telefono suonò.

Tommaso.

«L’hanno preso, Daniele. È in custodia.»

Chiusi gli occhi. Il sollievo mi arrivò addosso come acqua.

«Grazie al cielo.»

«Nella stanza hanno trovato di tutto. Appunti su Sofia. Su Giacomo. Bozze di messaggi a due giornali locali. Voleva far passare te per uno che ha sottratto una bambina.»

«Parlerà? Testimonierà contro Veronica?»

«Lo stanno interrogando ora. Rischia molto anche lui. Se collabora, gli riducono la posizione.»

Mi appoggiai allo schienale.

Era finita.

Marco dentro. Veronica dentro. Non potevano più toccarci.

Ma non lo sentivo finito.

Restava il processo. Restava la separazione. Restava la verità sulla nascita di Sofia, sospesa sopra le nostre teste.

E restava un’altra cosa.

In quelle settimane avevo pensato molto a Rachele. Al suo diario. Alla bugia. Al fatto che l’avesse fatto per amore.

Ero arrabbiato con lei. Per il segreto. Per la posizione in cui mi aveva messo.

Ma la capivo. Aveva voluto che io fossi padre. Aveva voluto che Sofia avesse una famiglia. Ci aveva amati tanto da portarsi quel peso da sola fino alla fine.

Pensai alla frase nella lettera.

Perdonami per la bugia. Ma la rifarei.

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