Il processo iniziò tre mesi dopo.
Dovevo testimoniare. Tommaso mi preparò per giorni, mi spiegò cosa aspettarmi.
Ma niente mi aveva preparato a rivederla.
Veronica era in aula. Tailleur grigio, capelli tirati indietro, mani in grembo.
Sembrava una maestra. Una bibliotecaria. Una persona innocua.
Io sapevo com’era.
L’accusa espose il quadro. La chiavetta di Rachele. L’agenda nera. La registrazione del bar. I movimenti bancari. Le denunce delle vittime precedenti. I documenti trovati nel box.
Poi testimoniò Marco.
Raccontò tutto. Come si erano conosciuti. Come avevano organizzato l’intera operazione. Come Veronica avesse scelto me proprio perché ero un vedovo con una bambina piccola. Come avesse programmato di usare la nascita di Sofia come strumento di pressione.
«Diceva che per tenere il segreto avrebbe fatto qualunque cosa» dichiarò Marco. «Diceva che si sarebbe presa tutto: la casa, i soldi, tutto. E che se lui reagiva, si prendeva anche la bambina.»
Poi fu il mio turno.
Salii a testimoniare. Il pubblico ministero mi fece domande: il rientro anticipato, il bagno, il biglietto nella capsula, la lettera sotto il letto, le minacce.
Poi si alzò l’avvocato di Veronica.
Aveva il compito di distruggermi.
«Signor Ferrari. Sua moglie le ha rivelato che sua figlia non era biologicamente sua. Immagino sia stato uno shock.»
«Lo è stato.»
«Arrabbiato? Tradito?»
«Molte cose. Ma soprattutto grato per il tempo che avevo passato con Sofia.»
«Grato?» Sorrise. Pensava di avermi in mano. «Scopre che sua moglie, morta, le ha mentito per cinque anni sulla figlia. Ed era grato?»
«Ero grato che mi avesse dato Sofia. Grato di essere stato suo padre. Il sangue non fa un padre, avvocato. L’amore lo fa.»
Il sorriso gli si spense in faccia.


