Sofia mi corse addosso. La presi in braccio e la strinsi.
«Ciao, amore. Ti sei divertita con la zia?»
«Sì! Siamo andate al parco! E abbiamo preso il gelato! E ti ho fatto un disegno!»
Mi mostrò un foglio. Due figure che si tenevano per mano. Una alta, una piccola. Entrambe con un sorriso enorme.
«Siamo noi» disse.
Mi si chiuse la gola.
«È bellissimo, Sofia. Lo attacchiamo sul frigo.»
Quella sera, quando la bambina dormiva, Elena e io restammo a tavola.
«Raccontami tutto» disse.
E lo fecci. Il segreto di Rachele. I crimini di Veronica. Marco. Giacomo.
Elena ascoltò fino alla fine. Poi mi prese la mano.
«Stai facendo la cosa giusta, Daniele. Sofia è fortunata ad avere te.»
«E se la perdo, Elena? E se Marco trova un modo? E se un tribunale decide che il sangue conta più di tutto il resto?»
Mi strinse la mano più forte.
«Il sangue non fa una famiglia. L’amore la fa. E quella bambina lassù ti vuole bene più di qualunque cosa. E tu a lei. Nessun giudice, nessun delinquente, nessuno può togliervi questo.»
Speravo che avesse ragione.
La mattina dopo andammo in tribunale per l’udienza.
Veronica entrò accompagnata. Aveva le mani unite davanti.
Mi guardò. E sorrise.
Mi corse un brivido lungo la schiena.
Il suo avvocato si alzò. «Signor giudice, la mia assistita non rappresenta un pericolo per nessuno. È una persona radicata in questa città. Ha una casa. Un marito—»
«Marito per pochissimo tempo ancora» intervenne Tommaso.
«—una vita qui. Non c’è alcun rischio di fuga. Chiediamo una misura meno afflittiva.»
Tommaso si alzò.


