Le carte della separazione furono firmate una settimana dopo.
Veronica non contestò niente. Rinunciò a tutto. Uscì dalla mia vita con le due valigie che aveva riempito quella notte.
Il processo penale fu fissato tre mesi più tardi. Marco avrebbe testimoniato.
La vita ricominciò. Non quella di prima: una nuova.
Tornai al lavoro, ma da casa tre giorni a settimana. Volevo esserci.
Sofia aveva ancora gli incubi. Si svegliava urlando, certe notti. Io arrivavo, la prendevo in braccio, le dicevo che era al sicuro, che c’ero.
Piano piano gli incubi diradarono.
I capelli le ricrescevano. Morbidi, un po’ mossi. Li chiamava «i miei capelli coraggiosi».
Un pomeriggio eravamo sul terrazzo. Lei disegnava. Alzò la testa.
«Papà?»
«Dimmi, amore.»
«Possiamo andare a trovare la mamma?»
Restai zitto un secondo.
Rachele è al cimitero della Certosa. Non ci andavo da mesi. Non da quando era iniziato tutto.
«Sì, amore. Ci andiamo.»
Il giorno dopo comprammo dei fiori. Rose gialle. Le preferite di Rachele.
Le tenevo la mano mentre camminavamo tra i viali.
La lastra era semplice.
Rachele Ferrari
Moglie e madre amatissima
1985 – 2023
Appoggiai le rose.
Sofia rimase in silenzio. Poi si frugò in tasca.
Tirò fuori un disegno. Un arcobaleno. E tre persone sotto: io, lei e la mamma. Tutti mano nella mano.
Lo posò accanto ai fiori.
«Ciao, mamma» disse piano. «Mi manchi. Papà mi tiene bene. Questa settimana abbiamo fatto i biscotti. E ho i capelli coraggiosi. Ti voglio bene, mamma.»
Mi si strinse la gola. Le misi una mano sulla spalla.
«Anche la mamma ti vuole bene, Sofia. Più di qualunque cosa.»
Restammo lì un bel po’. Solo noi due.
Pensai a Rachele. A tutto quello che aveva fatto. Ai segreti. Ai modi in cui ci aveva protetti.
Non ero più arrabbiato.


