Le settimane dopo passarono in un unico blocco confuso.
Tommaso depositò la domanda di separazione. Gli investigatori continuarono a lavorare. Trovarono un box che Veronica aveva affittato in periferia e lo aprirono: estratti conto, documenti falsi, contratti firmati con altre vittime.
Era peggio di quanto avessimo immaginato.
E Marco era ancora introvabile. Sembrava svanito nel nulla.
Provai a tenere la vita normale per Sofia. Parco. Cinema. Biscotti la domenica.
Ma controllavo sempre lo specchietto retrovisore. Sempre.
Un pomeriggio andai a prenderla a scuola e la maestra mi fermò sulla porta.
«Signor Ferrari, oggi è venuto un uomo. Chiedeva di Sofia.»
Mi si gelò il sangue.
«Chi?»
«Un signore di mezza età, capelli castani. Ha detto di essere suo zio. Voleva ritirarla prima dell’orario. Gli ho spiegato che possiamo affidarla solo a lei o a sua sorella. Si è innervosito ed è andato via.»
«Ha detto il nome?»
«No. Ma ho scritto la targa dell’auto.»
Mi allungò un foglietto.
Chiamai subito. Fecero il controllo.
Era l’auto di Marco.
Era stato davanti alla scuola di mia figlia. Aveva provato a portarla via.
Quella sera fecci sedere Sofia sul divano.
«Amore, ti devo dire una cosa importante.»
Mi guardò con quegli occhi grandi e già preoccupati. «Va bene, papà.»
«Se una persona che non conosci ti viene vicino — a scuola, al parco, in qualsiasi posto — e ti dice che ti porta da papà… tu non ci vai. Va bene? Corri dalla maestra. O da un altro grande che conosci. E urli il più forte che puoi.»
«Torna la signora cattiva?»
«No, amore. La signora cattiva è via. Ma c’è un altro signore cattivo. E per un po’ dobbiamo stare attenti. Va bene?»
Sofia annuì. «Va bene, papà. Sarò coraggiosa.»
«Lo so, amore. Lo so.»


