«L’ho trovato. Giacomo Ventura, insegna scienze in un liceo di Torino. Sposato, due figli. Non ha la minima idea che Sofia esista: i dati della clinica erano coperti. Rachele aveva ragione anche su questo, ha donato per la sorella, che poi ha adottato.»
«Puoi organizzare un incontro?»
«Lo contatto io. Gli dico che è una cosa importante e personale. Ma niente dettagli al telefono.»
Tre giorni dopo ero su un treno per Torino. Elena rimase con Sofia. Le dissi che era un viaggio di lavoro. Era troppo piccola per il resto.
Il bar era vicino alla scuola. Arrivai in anticipo e mi sedetti al tavolo accanto alla vetrina.
Il cuore batteva forte.
Come sarebbe stato? Avrebbe assomigliato a Sofia? Avrebbe voluto essere suo padre? Avrebbe provato a portarmela via?
Un quarto d’ora dopo entrò un uomo. Trentacinque anni circa. Capelli castani, occhiali, camicia e pantaloni di velluto. Cercò con lo sguardo. Mi trovò. Venne al tavolo.
«Daniele?»
Mi alzai. «Giacomo. Grazie per essere venuto.»
Ci stringemmo la mano. Si sedette.
«Il suo avvocato ha detto che era urgente. Riguarda una donazione di anni fa?»
Presi fiato. Era il momento.
«Giacomo, quello che sto per dirle sembrerà una follia. Le chiedo solo di ascoltare tutto prima di reagire.»
Annuì. «Va bene.»
E gli raccontai. Tutto.
La scelta di Rachele. La bugia. Sofia. Veronica. Le minacce. Il pericolo.
Quando finii, mi guardava con il viso pallido.
«Io ho una figlia.»
Annuii. «Si chiama Sofia. Ha cinque anni. È la cosa più bella che esista.»
Si passò una mano tra i capelli. «Non so cosa dire. Avevo donato per mia sorella, che non riusciva a restare incinta. Non ho mai pensato che… non ho mai immaginato…»


