Passò un anno.
Sofia compì sei anni. Facemmo una festa grande in giardino.
Venne Elena. Vennero Giacomo, Serena e i bambini da Torino. Vennero tutti i compagni di classe.
Fu perfetto.
Sofia era felice. Rideva, correva, gestiva la fila per la torta come un piccolo generale.
I capelli le arrivavano alle spalle ormea. Mossi, morbidi, belli.
Stava fiorendo.
E anch’io, in un certo senso.
Il lavoro andava bene. La vita andava bene.
Avevo anche cominciato a pensare che magari… magari potevo ricominciare a uscire con qualcuno.
Niente di serio. Ma sentivo di essere pronto.
Pronto a vivere di nuovo.
Una sera Sofia e io eravamo sul divano. Lei con un libro in mano, a provare a leggere da sola.
Alzò gli occhi. «Papà?»
«Dimmi.»
«Mi racconti ancora della mamma?»
Sorrisi. «Certo. Cosa vuoi sapere?»
«Tutto.»
E allora le raccontai.
Le raccontai di come ci eravamo conosciuti, all’università, in una biblioteca dove nessuno dei due studiava davvero. Di come fosse la ragazza più bella che avessi mai visto. Di come dipingesse. Di come cantasse stonata sotto la doccia e ne fosse orgogliosa. Di come avesse pianto quando Sofia era nata. Di quanto fosse stata coraggiosa quando si era ammalata.
Sofia ascoltava con gli occhi spalancati.
«Sembra una principessa.»
Risi. «Era una principessa. La migliore.»
Rimase in silenzio un minuto. Poi disse una cosa che mi spezzò e mi ricucì nello stesso momento.
«Papà? Sono contenta che tu sei il mio papà. Anche se… anche se non mi hai fatta tu.»
Mi bloccai.
La guardai. «Cosa vuoi dire, amore?»
«Ho sentito te e la zia Elena. Che parlavate del segreto. E di Giacomo.»
Dio.
Ci aveva sentiti.
Mi inginocchiai davanti a lei.
«Sofia, amore, scusami se non te l’abbiamo detto. Aspettavamo che tu fossi più grande. Che potessi capire.»


