Presi il disegno di Sofia dal frigo. Noi due, mano nella mano.
Anch’io l’avrei rifatto.
Se il prezzo era avere Sofia nella mia vita, avrei ripreso ogni bugia, ogni segreto, ogni dolore.
Solo per essere il suo papà.
La mattina dopo Tommaso richiamò.
«Marco collabora. Testimonierà contro Veronica in cambio di una posizione più leggera. La procura contesta a lei truffa, tentata estorsione e condotte gravemente lesive nei confronti di una minore.»
«E la separazione?»
«Il suo avvocato vuole chiudere. Sa di non avere niente in mano. È disposta a firmare tutto. Nessun mantenimento, nessuna pretesa sulla casa, nessun contatto con Sofia.»
Ci pensai.
Una parte di me voleva il processo anche lì. Voleva vederla in aula. Voleva la soddisfazione.
Un’altra parte voleva solo che finisse. Per Sofia. E per me.
«Va bene» dissi. «Chiudiamo.»
«Bene. E Daniele: la procura va avanti comunque. L’accordo civile non tocca il penale. In carcere ci finisce.»
«Bene.»
Riattaccai e guardai fuori dalla finestra.
Sofia era in giardino, in ginocchio nell’erba, a far parlare due bambole tra loro.
Rideva.
Non sapeva quanto poco fosse mancato. Non sapeva quanto sua madre l’avesse amata. Non sapeva quanto le volessi bene io.
Ma un giorno l’avrebbe saputo.
Un giorno le avrei raccontato tutto. Rachele. La bugia. La verità. Come avevamo lottato entrambi per lei.
Ma non quel giorno.
Quel giorno era solo una bambina che giocava al sole.
E io ero solo suo papà, che la guardava dalla finestra.


